dieci righe

questo mingazzini

Questo Mingazzini era un tipo che gli era sempre stato sulle scatole, a dire il vero. Davanti era pieno di salamelecchi e di premure, ma dietro si comportava tutto all’incontrario. Quando Cicala arrivava in ritardo oppure sgattaiolava fuori in anticipo pensando di non essere visto, il mattino dopo gli facevano pervenire un richiamo dove lo avvertivano che alla prossima negligenza avrebbero preso dei provvedimenti nei suoi confronti. E sempre per colpa di Mingazzini che andava a far la spia.

Era anche andato a dire che beveva dei grappini, Cicala. E che dopo averli bevuti diceva delle frasi contro la piccola industria. Ma questa era una cosa ormai nota a tutti, perchè alle volte Cicala era capace di saltar su in mezzo all’ufficio a dire che quando sentiva pronunciare la parola azienda, gli veniva da sputare per terra. Difatti non era mai andato neppure una volta a cena coi suoi colleghi, perchè pronunciavano sempre questa parola e parlavano solo di lavoro.

Daniele Benati, Silenzio in Emilia, Quodlibet, 2009

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la storia

La storia passata della vita di Ivan Il’ic era stata delle più semplici e ordinarie e delle più terribili. Ivan Il’ic morì a quarantacinque anni, consigliere di Corte d’appello. Era figlio di un funzionario che a Pietroburgo, in vari ministeri e dipartimenti, aveva fatto la carriera che conduce le persone a quella posizione in cui, anche se appare chiaro quanto esse siano inadatte a svolgere una qualunque sostanziale mansione, tuttavia per il loro lungo e trascorso servizio e per il loro grado non possono essere licenziate e ottengono perciò fittizi posti inventati, in cambio non non fittizie migliaia di rubli, da sei a dieci, con le quali approdano all’estrema vecchiaia.

Aveva tre figli. Ivan Il’ic era in secondo. Il maggiore aveva fatto la stessa carriera del padre, però in un altro ministero, e di molto si era avvicinato a quell’anzianità di servizio con la quale sopraggiunge l’inerzia salariale.

Lev Tolstoj, La morte di Ivan Il’ic, Bcd, 2013

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i passanti

I passanti sono diventati rari nelle strade della Black Town alcune delle quali sono quasi deserte. Ma esse rimangono popolate d’iddii innumerevoli che s’affollano nell’ombra, che erompono dagli spazi illuminati, che guatano da tutti i muri, che ghignano in tutti i cantoni, si parano dinanzi a tutte le svolte, smorfeggiano nel labirinto interminabile delle viuzze identiche, vi circondano, vi perseguitano, vi opprimono, formano due ali minacciose di mostri di pietra, di ferro, di granito, di profido, di legno, di metallo, in mezzo a cui la vostra incredulità occidentale perde un po’ della sua sicurezza, la vostra anima europea finisce col subire come l’indiana il fascino della Potenza Invisibile.
Mario Appellius, India, Alpes, 1931

non è tanto

Non è tanto la vecchia!’, pensava freneticamente. ‘La vecchia magari è pure un errore, ma non è questo! La vecchia era solo la malattia…io volevo andare oltre, prima possibile…io non ho ucciso una persona, ho un ucciso un principio! Io il principio l’ho ucciso, ma non sono andato oltre, sono rimasto di qua…L’unica cosa che sono riuscito a fare è uccidere. E anche quello, a quanto pare, non l’ho fatto come si deve…Un principio? Perché poco fa quell’ingenuo di Razumichin se la prendeva con i socialisti? E’ gente laboriosa, industriosa, si occupano della ‘felicità universale’…Eh no, di vita me ne è stata data una sola, e non ne avrò altre, non mi va di aspettare la ‘felicità universale’.
Fedor Dostoevskij, Delitto e castigo, Feltrinelli, 2013

sono un impiegato

Sono un impiegato, un impiegato di concetto che vive nella capitale della spesa improduttiva ricevendo un trattamento adeguato all‘incommensurabilità della mia concettosa prestazione. Flaiano diceva: Si viene a Roma in cerca di un lavoro, poi si trova un impiego. Così è accaduto anche a me, e nel periodo dal boom al crack ho capito cosa voleva dire Flaiano, anzi ne ho fatto esperienza. Voleva dire che un impiego è diverso da un lavoro, è qualcosa di molto più sottile e inclassificabile. Roma è prevalentemente una città di impiegati che non hanno trovato un lavoro e che lo Stato mantiene in cambio di prestazioni incontrollabili.
Raffaele La Capria , Contro Roma, Bompiani, 1957

e baffonero

E Baffonero ha detto: – Ecco, voi avete visto e viaggiato molto. Ditemi un po’, dov’è che si stima di più l’uomo russo, al di là o al di qua dei Pirenei?
– Non so come stiano le cose al di là, ma al di qua non lo si stima affatto. Io, per esempio, sono stato in Italia e là non si presta la benché minima attenzione all’uomo russo. Là non si fa altro che cantare e dipingere. Un tizio, per esempio, se ne sta bello dritto a cantare. Un altro, accanto, sta seduto a dipingere quello che canta. Un terzo, a una certa distanza dai primi due, canta di quello che dipinge…E che tristezza si prova per tutto questo! Loro, invece, la nostra tristezza non la capiscono affatto…

Venedikt Erofeev, Mosca-Petuski e altre opere, Feltrinelli, 2004

er

strade

Le strade portano ovunque oppure non portano da nessuna parte, molto spesso le strade che ho percorso mi hanno riportato proprio lì dove ero partito. Altre volte le strade mi hanno ingannato, mi sono perso per poi ritrovarmi qualche tempo dopo, in luoghi che mai avrei pensato di raggiungere. Le strade che ho percorso le ho in parte dimenticate, anche se penso e ho sempre pensato che l’importante sia andare, la direzione non ha grande importanza.
L’importante è essere pronti, sapere che prima o poi arriverà l’ora di partire, sapere che non siamo destinati a rimanere, così lei, parola per parola.

nell’anno

Nell’anno che ho passato a Roma non sono mai uscito dal raccordo se non per andare nella città del nord da cui provengo oppure per andare in vacanza. Da Roma non c’è nessun bisogno di uscire, pensavo. E, a dirla tutta, non avevo voglia di muovermi fuori città, non mi è mai importato dei castelli né del lago di Martignano meta di pellegrinaggio di tutti i romani, e io che ho sempre odiato i pellegrinaggi non mi sono mai lasciato convincere. Mi bastavano i parchi, l’Aniene, Villa Pamphili, ogni tanto Villa Borghese, Villa Torlonia. Ho passato un numero incalcolabile di pomeriggi nei parchi romani a non fare nulla, se non leggere, guardare la gente che passava, stare lì e basta, con un paio di birre nella borsa.

bar sulla tiburtina

E in questo bar, oltre a bere una cosa che poi si trasforma in due o tre, quattro cose, stiamo lì a guardare l’umanità varia che lo attraversa. E’ l’umanità della Tiburtina che mi colpisce ogni volta e penso che quella è gente che non si muove quasi mai dal bar sulla Tiburtina e mi domando se forse non sia meglio passare quasi tutto il proprio tempo in quel posto anche se poi mi rispondo che, per esempio, è meglio andare a zonzo in bici per Roma ma non andare a zonzo sulla Tiburtina perché è molto pericolosa e quindi ho pensato che quelli che vanno in quel bar della Tiburtina una bici non ce l’hanno ed è questa la ragione principale per cui stanno tutto il tempo in quel bar sulla Tiburtina.

stavo bevendo

Stavo bevendo una birra al bar che si chiama il bar e una signora che doveva salire un secondo in casa a prendere una cosa mi ha chiesto se potevo guardare il figlio per qualche minuto. Non scappo mi ha detto la signora, e mi raccomando vedete di non scappare nemmeno voi, ha aggiunto. Mi sono seduto davanti a questo bambino romano di cinque anni che mangiava un gelato enorme e mi guardava. Sopra al tavolo aveva un mitra giocattolo, un berretto militare e una pistola giocattolo. Mi chiamo Alessandro mi ha detto il bambino, faccio la scuola materna ma è finita ormai,  mo’ vado in gita cor WWF mi ha detto. E te? Ci vieni in gita cor WWF?, mi ha chiesto.