nove righe

E’ giunto il momento delle testimonianze

E’ giunto il momento delle testimonianze, dopo la predica vengono le testimonianze.

“Quanti di voi sono disposti ad alzarsi e dire ciò che Dio ha fatto per loro?”, urla il vagabondo della missione.

Ora, questi vagabondi si sono rifugiati qui perché non hanno un altro posto dove ripararsi dal freddo, e questo bastardo gli chiede di alzarsi in piedi e dire cos’ha fatto Dio per loro. Posso dirglielo io cos’ha fatto Dio per loro: non ha fatto un cavolo di niente, per loro. Ma non lo dico: c’è un bel calduccio qui e fuori fa freddo.

Si alza un altro vagabondo della missione: puoi star certo che c’è sempre qualche vagabondo della missione che s’alza per dire cos’ha fatto Dio per lui, “Mi sono drogato per vent’anni…”

Tom Kromer, Un pasto caldo e un buco per la notte, Quodlibet, 2014

krom

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Da molti

Da molti esperti era considerato anche lui un autorevole esperto in qualcosa. Ma aveva spesso desiderato che qualcuno lo retribuisse, non per le formule specialistiche che insegnava agli altri, bensì per il lavoro oscuro e pratico con cui aveva contribuito a tenere in piedi il lungo imbroglio della sua scienza, orientandosi tra fatti che non erano fatti, prove che non erano prove, spiegazioni che spiegavano soltanto se stesse, e facendo quadrare tutto alla fine solo grazie alla precisione dei termini usati. Quando era nell’altro continente aveva spesso desiderato lo applaudissero per questo, e di potersi inchinare al pubblico come un prestigiatore che ha manipolato le apparenze in modo favoloso, sorridendo tra sé per il proprio imbroglio di bravo scienziato.

Gianni Celati, Narratori delle pianure, Feltrinelli, 1985

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babbo natale

E’ noto che babbo Natale beve. Ma questo non vuol dire niente, beviamo un po’ tutti. Su quanto beva invece c’è sempre stato il più ampio dei disaccordi. Tra gli antropologi, per esempio, Marvin Harris sosteneva che babbo Natale fosse astemio e bevesse Coca-Cola, al riguardo invece Ernesto De Martino sosteneva che babbo Natale la Coca-Cola la bevesse soltanto nel breve tempo delle riprese degli spot pubblicitari, poi la sputava, perché in privato si sarebbe bevuto tutti i giorni una bottiglia di Aglianico, la prima metà durante il pranzo e la restante metà durante la cena.
Ugo Cornia, Scritti di impegno incivile, Quodlibet, 2013

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una storia

Una storia accade e scompare e nessuna la racconta. Poi da qualche parte vive una persona, i pomeriggi sono caldi e inutili, e arriva Natale e quella persona muore, e al cimitero si aggiungerà una nuova lapide con un nome. Due o tre persone, un marito, un fratello, una madre, ancora per qualche anno portano nella testa quella luce, quella leggenda, e poi anche loro muoiono. Per i figli non è più che un vecchio film, l’alone sfocato di un viso dissolto. I nipoti non ne sanno nulla. E gli altri dimenticheranno. Di quella persona non resta più nè il nome, nè il ricordo, nè il vuoto. Nulla.
Josef Skvorecky, Il sax basso, Adelphi, 1993

ffiaba

C’era una volta un uomo che si chiamava Semenov. Una volta Semenov andò a passeggio e perse il fazzoletto da naso. Semenov si mise a cercare il fazzoletto da naso e perse il berretto. Si mise a cercare il berretto e perse la giubba. Si mise a cercare la giubba e perse gli stivali.
“Be’,” disse Semenov “finirò per perdere tutto. E’ meglio che me ne torni a casa”.
Semenov si avviò verso casa e si smarrì.
“No,” disse Semenov “è meglio che mi sieda per un po’”.
Semenov si sedette su una piccola pietra e si addormentò.
Daniil Charms, Casi, Adelphi, 2008

eppure

Eppure a questi giorni, per certi aspetti così ripetitivi, non so rinunciare. Intanto perché è casa mia. Io ho imparato a vivere qui e non c’è angolo che non mi emozioni. Tu la chiameresti poetica dei gerani. Io invece trovo insopportabile il vezzo di considerare l’infanzia e l’adolescenza come malattie di cui si è avuta la fortuna di guarire. Credo, al contrario, che solo ricordando le delusioni di allora si possa capire perché si dorme male, si è ansioni senza motivo, insoddisfatti del lavoro che pure si è scelto, segretamente convinti che persino la più ragionevole delle convivenze sia fonte di insostenibili frustrazioni.
Gilberto Severini, Congedo ordinario, Playground, 2011

tonalità

Lei: Sta iniziando a piovere, te l’ho detto che sarebbe piovuto. Domani invece ci sarà il sole, che ne dici se invece di stasera ci vediamo domani che c’è sole. E’ molto meglio vedersi con il sole che con la pioggia, la pioggia mi mette una tristezza addosso, e pensa che c’è qualche pazzo che dice che la pioggia è bella, che la pioggia ha un suo perché, ma che cosa vuol dire non lo so, non l’ho mai capito, è un’espressione che non ha senso, avere un perché, ma che roba è mai quella? E io odio la pioggia, odio, bagnarmi, odio il grigio.
Lei: Odi il grigio? E che ci fai in una città come questa?

per coloro

Per coloro che non conoscono Firenze o che la conoscono poco, alla sfuggita e di passaggio, dirò come ella sia una città molto graziosa e bella circondata strettamente da colline armoniosissime. Questo strettamente non lasci supporre che il povero cittadino debba rizzare il naso per vedere il cielo come di fondo a un pozzo, bene il contrario; a quello strettamente aggiungerò un dolcemente che mi pare tanto a proposito, giacchè le colline vi scendono digradando, dalle più alte che si chiamano monti addirittura e si avvicinano a mille metri di altezza, fino a quelle lievi e bizzarre di cento metri o cinquanta.
Aldo Palazzeschi, Sorelle Materassi, Mondadori, 2001

e aveva ragione

E aveva ragione. Il tratto distintivo dell’autentica romanità è proprio la sublime ignoranza. Conosco bene il fenomeno. In virtù del semplice fatto di essere nato a Roma, il romano è convinto di sapere tutto quel che c’è da sapere, mentre invece non sa un fico secco. E semmai se ne rende conto, la sua reazione è di totale indifferenza, giacché il romano è refrattario al fuoco della conoscenza e agli slanci di ogni sorta come lo è il tufo alle fiamme. Niente lo commuove, niente lo smuove. E’ una pietra in una città di pietre. Non potrebbe fregarmene di meno: così si esprime il vero romano. E nel dire ciò, dà di sé la definizione più calzante possibile.
Tommaso Pincio, Cinacittà, Einaudi, 2008

il mondo

Il mondo non soffre di smemoratezza, come viene detto e scritto di continuo, ma al contrario di un eccesso di memoria, e siccome questa cosiddetta memoria è ormai accessibile a tutti, chiunque può accedere a qualsiasi cosa, e così come un albero che cade in una foresta non è una notizia, a meno che nei dintorni non si aggiri un giornalista, così un albero caduto non è storia a meno che uno storico non vi inciampi, e mai come in questo periodo le foreste di tutto il mondo, e quelle italiane in particolare, sono così piene di storici improvvisati deambulanti alla ricerca di un albero caduto su cui inciampare.
Vitaliano Trevisan, Il ponte, Einaudi, 2007