varie righe

illusioni

“Non vi pare, colleghi, che manchi qualcosa, in questi nostri testi? Che manchi qualcuno?”

“Cioè?”

“Voglio dire: dove sono gli alunni? Non dovremmo metterceli, in qualche modo? Inserirli nelle nostre riscritture, dato che, dopotutto, sono pur loro i destinatari di quello che andiamo scrivendo…”

“Uhei, Toboso, sarai mica uno di quegli illusi che pensano che la scuola sia fatta per gli studenti?”

[…]

“Scusami se t’interrompo, Sacer, ma Toboso ha ragione: non si parla sempre di centralità dello studente in tutti i manuali di didattica, ai corsi di aggiornamento, nelle conferenze degli esperti…?”

“E tu ci credi? Non l’hai ancora capito che si dice centralità dello studente ma in realtà si deve intendere centralità del consulente didattico e/o centralità dell’esperto sociopsicopedometodologo…E, soprattutto, centralità delle loro ben remumerate chiacchiere senza fondamento se non in se stesse, autoreferenzialità pura, altro che centralità dello studente! Quelli, i cosiddetti esperti, se vedono uno studente vero, vivo, in carne e ossa, che magari gli risponde, e li manda a cagare, come meritano, si spaventano e, per l’appunto, se la fanno sotto; quelli fanno solo simulazioni con manichini…”

Alessandro Banda, Scusi, prof, ho sbagliato romanzo, Guanda, 2006

ba

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comuni luoghi, superati a destra

Io non sono mica razzista però…, io non sono razzista, non credo alle teorie sulla razza, la scienza c’ha dimostrato che siamo tutti uguali, più o meno tutti uguali, insomma non abbiamo grosse differenze genetiche, certo noi siamo diversi dalle donne, siamo diversi dagli altri popoli, ma non siamo poi così diversi. L’ho letto su Focus, sono certo di quello che dico, non sono storie, non ci sono razze inferiori o superiori. Io non sono razzista però tutti ’sti negri in giro mi fanno un certo effetto, ma non perchè io sia razzista ma perchè non sono abituato. Io non sono razzista però non potrei farmi comandare dalle donne, sono io che porto i pantaloni in casa, le donne devono pensare ad altro, devono pensare alla cucina, ai figli, non sono inferiori, sono semplicemente diverse. Non sono razzista, vedo semplicemente le differenze, cioè questi negri per esempio, loro non possono capire la nostra mentalità, la nostra cultura, il nostro modo di comportarci. Però se vengono qui devono adattarsi, devono seguire le nostre le nostre regole. E le nostre regole sono regole buone, sono regole sane, noi veniamo da una grande civiltà, i nostri popoli si sono distinti nella storia. E ancora oggi, noi siamo all’avanguardia, noi siamo una potenza industriale, qui tutti hanno una possibilità, se rispetti le regole qui la gente ti rispetta e ti dà una mano. Certo, bisogna lavorare, bisogna darsi da fare, la mia impresa aveva pochi operai, adesso ho trenta operai e ho anche cinque extracomunitari. Ma sono bravi loro, me li ha presentati un ragazzo che conosco, mi ha detto che erano bravi, ce ne sono quattro, tre africani e un kossovaro. Avevo un po’ paura dei kosovari, con tutte le cose che si sentono, ma lui non è come gli altri, lui è bravo. Viene anche il sabato se c’è bisogno e a volte anche la domenica se glielo chiedo. Anche gli africani sono bravi, bravi lavoratori, non hanno mai detto niente, non mi hanno mai creato problemi. Invece prima avevo due albanesi, uno era bravo, ma l’altro era veramente un delinquente, non ci si poteva fidare. Mi avevano detto che gli albanesi creavano problemi ma io ho provato lo stesso, dovevo ascoltare quello che mi dicevano sugli albanesi, e poi anche tutte ’ste cose che si leggono sui giornali. Una volta questo delinquente è caduto e si è fatto male e voleva andare in ospedale, ma non c’era bisogno di andare all’ospedale, bastava una fasciatura fatta qui ma niente, lui ha voluto andare in ospedale lo stesso, però sono riuscito a convincerlo a non dire che lavorara qui perchè lavorava in nero, come facevo ad assumerlo in regola, non aveva i documenti e quindi pur di dargli il lavoro l’ho preso in nero, ma per fargli un piacere, per poterlo aiutare. L’Italia non è un paese razzista, non si può dire che l’Italia sia un paese razzista, qui ci sono persone che sono pronte ad aiutare gli altri, però vogliono che gli altri rispettino le regole. Se tutti rispettassero le regole non ci sarebbero problemi. Ma vale anche per gli italiani, anche noi dobbiamo rispettare le regole, ma noi ci siamo abituati, gli extracomunitati a volte non sono abituati alle nostre regole e allora gliele dobbiamo insegnare. Non sono razzista, sono andato anche Cuba, e c’erano tutte quelle negre, non mi davano fastidio tutte quelle negrette, anzi mi piacevano quelle lì. Non sono razzista, però ormai è pericoloso andare in giro per le strade di notte, e con tutte queste rapine in villa c’è da stare attenti. Dovrebbe essere lo stato a difenderci con tutte le tasse che paghiamo, ma se lo stato non si occupa di me devo occuparmi di me da solo, devo pur diferndermi se qualcuno mi attacca. Non posso aspettare di essere ammazzato, devo imparare a difendermi. Non dico che col fascismo si stava meglio, ma col fascismo si tenevano le case con le porte aperte. Mia mamma mi raccontava che durante il fascismo non c’erano problemi, non c’erano pericoli. Mio papà ha visto il primo negro in città, qui in paese non arrivavano nemmeno. Ma non sono loro il vero problema, il vero problema è chi li fa venire qui, il vero problema è che qui non c’è spazio per tutti, certo c’è spazio per quelli che lavorano e non combinano casini, ma se non hanno una casa e un lavoro non possono rimanere, se non hanno una casa e un lavoro si mettono nei casini, è inevitabile. Una volta qui c’erano i terroni che creavano problemi, però ora si sono adattati, ora anche loro stanno bene, e anche a noi non ci danno problemi, non ci danno fastidio. Hanno anche aperto bar e pizzerie, lavorano, hanno una casa normale, si sono integrati. Invece questi negri, questi albanesi sono ancora qui da poco tempo, devono avere il tempo di capire il nostro modo di pensare, e poi non ci sarà nessun problema nemmeno con loro. Certo ci sono popoli che hanno più facilità ad adattarsi, altri sono un po’ più difficili, più duri. Guarda per esempio gli zingari, loro sono fatti così, sono sudici, non hanno voglia di lavorare, sfruttano i loro bambini ai semafori, rubano, sono fatti così ma non è colpa loro, li hanno abituati così e noi non ci possiamo fare nulla. Ma anche gli italiani ha volte sono fatti un po così. I toscani per esempio chiacchierano un po’ troppo, i napoletani non hanno tanta voglia di lavorare, aspettano sempre che accada qualcosa e che qualcuno gli aiuti. I siciliani sono un po’ troppo mafiosi, è nella loro mentalità, è dalla notte dei tempi che la mafia governa la Sicilia, non ci possiamo fare più niente ormai, i siciliani sono così, ce l’hanno nel sangue quel modo di pensare. I sardi sono chiusi, non vogliono avere a che fare con nessuno, non vogliono che i turisti vadano nella loro terra, non si sentono italiani, parlano una lingua diversa, sono abituati a stare con le pecore, sono rimasti indietro loro, mica come noi che ci siamo sviluppati, mica come noi che ci siamo emancipati, con il lavoro duro, con il sacrificio, con la forza delle idee e della volontà,. In realtà, ora che ci penso, anche in Veneto abbiamo le nostre gatte da pelare. Pensa ai montanari, o ai vicentini, oppure ai chioggiotti, non ci si può proprio fidare dei chioggiotti. Ma io non sono prioprio razzista, io non ce l’ho con i rumeni, la signora che sta con mia mamma, la badante insomma, è rumena. È una brava signora, non dice mai nulla, si occupa di mia mamma e non ci chiede mai nulla, mai una parola fuori posto, mai una richiesta, mai un aumento, mai un giorno libero, ma qualche ora di libertà, lei sì è una brava donna rumena. I maschi sono un problema, soprattutto questi zingari che vengono qui e non hanno voglia di lavorare, non hanno voglia di fare niente, vogliono solo diritti e niente doveri, poi vivono in quelle baracche sporchissime, senza bagni, senza doccie, come si fa a vivere in quelle condizioni lì? È vita quella lì, che vengono a fare qui se devono viveve in quel modo lì? Però in Romania è diverso, neanche lì vogliono gli zingari infatti li mandano via, andate in Italia gli dicono, andate in qualche altro Paese, qui non c’è posto per voi, qui non ci potete stare. Quelli che rimangono lì, i rumeni veri insomma, non gli zingari, sono brave persone invece, sono lavoratori. Un mio amico ha aperto una fabbrichetta da quelle parti, si trova benissimo, grandi lavoratori i rumeni, lavorano anche dodici, quattordici ore al giorno, non si lamentano mai. Il sindacato non c’è o se c’è basta allungare due soldi e stanno tutti zitti. Quello è un bel paese per lavorare, dovremmo andare tutti lì con le nostre fabbriche. Noi imprenditori dovemmo trasferirci tutti in Romania, perchè quando i rumeni vengono qui poi cambiano mentalità a volte, a volte chiedono di lavorare meno, chiedono aumenti di stipendio, rompono i coglioni con tutte quelle storie sulla sicurezza sul lavoro, tutte storie che gli mettono in testa i sindacati nostri, dovrebbero sparire i nostri sindacati, sono una palla al piede per il paese, non c’è crescita se ci sono i sindacati di mezzo. Per esempio io mi arrangio con i miei operai, non ho bisogno di parlare con i sindacati, ci penso io a fare in contratti e nessuno a mai avuto niente da ridire, anche perchè se gli va bene così non ci sono problemi, nel caso contrario possono anche andarsene. Con tutti sti extracomunitari che ci sono ci metto un secondo a trovare gente che a voglia di lavorare e di stare zitta. Non sono razzista però questa immigrazione ci ha portato un sacco di problemi, mica come quando emigravamo noi che avevamo già un contratto di lavoro in mano, mica come quando emigravamo noi che ci facevano le visite mediche prima di partire, mica come quando emigravamo noi che portavamo ricchezza e benessere nei posti dove andavamo. Ma noi siamo fatti così, a noi ci piace lavorare, a noi non fa paura fare fatica, noi non chiediamo mai niente, siamo corretti noi. Noi non siamo un popolo razzista, solo che ci piace che le regole siano rispettate, che la nostra cultura sia difesa e valorizzata. Io non sono personalmente razzista ma se tutte le donne dell’est sono puttane cosa ci posso fare?, non è colpa mia se tutte le puttane che ci sono sulle nostre strade sono dell’est, è un dato di fatto. E le puttane ci sono dalle notte dei tempi, ci sono sempre state le puttane, è il mestiere più antico del mondo, è un mestiere che serve, è un mestiere utile. Non sono per niente razzista, non lo voglio essere, dico le cose come sono, e come sono le cose? Come stanno veramente le cose? to

storia di un tale che andando di corpo aveva imparato la lingua degli uccelli

Un venditore ambulante spinto dal bisogno di andare di corpo, s’infrattò in un campo e lì rilasciò il suo peso superfluo. Poi strappata una manciata di erbetta, cominciò a pulirsi il di dietro, come in fa in genere in questi casi; e proprio così facendo si accorse di capire quel che gli uccelli stavano dicendo tra di loro. Uno raccontava che nella piana di Nola c’era un lupo che si mangiava un asino; un altro che vicino a una porta di Napoli, prendendo per via Capuana, era caduto un mucchio di frumento da un sacco; un altro ancora sosteneva a gran voce che subito dentro la porta occidentale (la porta dell’Orso) andando a destra per cinque piedi, c’era sotto terra una pentola piena di monete, seppellite dal famoso troiano Arpaghino, antichissimo re di Napoli.

Il venditore ambulante rimase senza fiato a sentire questi discorsi, buttò via l’erba e in quello stesso momento gli uccelli ripresero a parlare nel loro modo incomprensibile. Pensò allora che in quelle erbe ci fosse una segreta virtù, e cercò di ritrovarle, senza riuscirci; così tutto mesto se ne tornò a casa. Dove gli tornarono in mente i discorsi che avevan fatto gli uccelli, in particolare quello della pentola con il tesoro; allora andò dove aveva detto e trovò davvero la pentola con le monete. La portò via di nascosto e diventò così ricco che ancora oggi duchi e conti suoi discendenti vivono a Napoli in prosperità, anzi sono ancora strapieni di soldi.

La novella significa che può accadere per un attimo quel che non accade in tutto un anno, e inoltre che nelle erbe ci sono enormi virtù.

AA.VV, Novelle stralunate dopo Boccaccio, Quodlibet, 2012

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Note brevi per non annoiare il lettore.

Sono partito come al solito con le più buone intenzioni – la volontà era vedere annusare passare del tempo leggere camminare mangiare sentire – provare a capire. Ho fatto quasi tutto.

Non ho capito però se l’Islanda è l’anticamera dell’inferno oppure un paradiso capitato a una latitudine sbagliata. Non mi è chiaro se è l’Isola di Thule, se è una sorta di Utopia al contrario dove la natura ha da sempre il sopravvento e, magnanima, ha lasciato qualche piccolo spazio agli uomini e molti alle pecore, qualcosa anche ai cavalli.

 Uno spazio dove le regole sono dettate dall’ambiente fisico, dove la cultura, espressione di base di ogni comunità, si è saputa adattare bene, sebbene forse per un periodo limitato. Da come parlano di eruzioni vulcaniche e terremoti sembrano aver accettato con serenità la sfida e aver riconosciuto chi è il più forte. Si limitano a non provocare, cosa in cui invece noi siamo maestri.

Gli islandesi non  sono  temerari, la tessitura della loro relazione con ciò che li circonda è avvenuta nel corso dei secoli.  Prendono quello che l’isola dà loro, consapevoli che sono di passaggio mentre tutto ciò che li circonda è eterno e li può soverchiare in ogni attimo. Loro, gli islandesi, stanno lì quasi in attesa che qualcosa avvenga, nel frattempo guardano avanti e purtroppo iniziano anche a vendere lattine  con l’aria fresca dei ghiacciai ai turisti che la comprano.

Tutto il resto, tutto quello che si vede ascolta annusa mangia, tutto quello che si legge, le camminate le chiacchierate le sensazioni sono da raccontare ma in certi casi, come questo, meglio lasciar per qualche tempo che i pezzetti di questa piccola storia si depositino. Non appena saranno sul fondo li riprenderò.

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Una sera

Lunedì 2 luglio 2014, poco prima dell’ora di cena
Carlo aspettava. Aspettava in mutande che arrivasse l’ora di cena, a casa, da solo. Le finestre chiuse per impedire al caldo di entrare, il computer acceso sopra al tavolo in attesa di qualche mail di qualche notifica di qualche cosa che rendesse viva quella giornata passata in ufficio al PC in attesa di qualche mail di qualche notifica di qualche cosa.
La tv spenta ma la radio, quella no. Il GR delle 19.30 era iniziato da poco. La voce del giornalista, in chiusura, dopo le notizie sportive annunciava: Poco fa, dopo una lunga malattia, è mancato Carlo. Tutta la redazione esprime vicinanza alla famiglia, e in particolare alla sua amata compagna, Giulia.

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Lunedì 2 luglio 2014, poco prima dell’ora di cena
Giulia era appena rientrata dal lavoro. Era passata al mercato coperto: zucchine, melanzane, peperoni, uova, nutella e un deodorante. Si era scordata il pane. Appena arrivata a casa ha sistemato la spesa, si è cambiata quel brutto vestito blu, si è fatta la doccia, ha acceso la radio.
Al GR delle 19.30 dopo le notizie sportive ha sentito: poco fa, dopo una lunga malattia, è mancato Carlo. Tutta la redazione esprime vicinanza alla famiglia, e in particolare alla sua amata compagna, Giulia.

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Lunedì 2 luglio 2014, all’ora di cena
Il giornalista, Franco Mosca, del GR2 pubblica su Facebook il podcast del GR delle 19.30, aggiunge una foto di qualche anno prima, scattata al Quadraro da sua moglie, presenti Carlo Giulia Franco Mosca e il cane Penni. Carlo commenta: non sono morto, Giulia mette mi piace.

un fiammifero reazionario

L’altro giorno ci fu una relazione. Chi la fece apparteneva forse al sindacato dei lavoratori del legno o forse alla commissione dei produttori per fiammiferi. Non potemmo saperlo perché non ce lo disse e queste cose non si leggono in fronte scritte a un uomo. Il discorso era lungo e bello. Ne restammo tutti consolati, perché da esso apprendemmo che la produzione aumentava e la qualità dei fiammiferi migliorava. “Se avessi dei denari”, disse testualmente il relatore, “non ci penserei due volte a farne una buona scorta”. Gli ascoltatori erano entuasiasti: venti volte almeno interruppero le sue parole per applaudirlo.

Venne poi il momento in cui egli doveva presentare i dati e le cifre necessari a dimostrare ciò che aveva affermato prima. Cominciò a leggere due cifre; qui, la voce gli divenne rauca. Prese un bicchiere d’acqua, ne bevve un sorso, poi, domandò: “Permettete che fumi una sigaretta? Sono un po’ affaticato, compagni. Passerò subito alle cifre”.

Fece per accendere un fiammifero: la capocchia, fischiando, gli andò a finire in un occhio. Egli si portò una mano là dove era stato ferito, gridò, cadde a terra per il dolore. Lo curarono, gli lavarono l’occhio, glielo bendarono e l’accompagnarono di nuovo sulla tribuna.

Quando vi su salito, egli riprese: “Se si va incontro a pericoli come quelli da me poc’anzi sperimentati non mi sembra opportuno esporre delle cifre. Tutto quello che ho detto è chiaro e si può provare”.

La gente applaudì e se ne tornò a casa approvando le ultime parole dell’oratore: era infatti fatica sprecata lambiccarsi il cervello con dei numeri, quando ogni cosa era per se stessa tanto evidente.

Michail Zoschenko, Novelle moscovite, Passigli, 1992

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io sono come voi

“Io sono come voi. Anzi, peggio. Sono troppo intelligente per il mondo, e me ne andrei anche in giro a dirlo; è una malattia incurabile, la mia. Per questo devo essere rinchiuso qui, dove posso comportarmi in modo irresponsabile senza alcun pericolo, senza far del male a nessuno”. Poi si avvicinò di nuovo al tavolo, sorridendo agli altri. “Siamo tutti miserabili e buffoni, e siamo al freddo”.
“Re Lear”, disse serio Stoner.
“Atto terzo, scena quarta”, aggiunse Masters. “E così la provvidenza, o la società, o il fato, comunque vogliate chiamarlo, ha costruito per noi questo rifugio, che ci protegge dai venti di tempesta. E’ per noi che esiste l’università, per i diseredati del mondo. Non per gli studenti, non per la disinteressata ricerca della conoscenza, né per altre ragioni che sentite dire. Quelle sono una copertura, come quei pochi individui normali, idonei al mondo, che di tanto in tanto accogliamo tra noi. Ma è tutto fumo negli occhi. Come la Chiesa nel Medioevo, cui non interessava un fico secco né dei laici né di dio in persona, ci servono dei pretesti per sopravvivere. E sopravviveremo, perché così deve essere”
John Williams, Stoner, Fazi, 2012

perchè i ministeriali

Perché i ministeriali sanno quando il collega di stanza si avvicina alla depressione. All’improvviso gli viene da fare un movimento coattivo e inutile. Ci sono quelli che prendono a far schioccare le dita anche se non c’è nessuno da chiamare, nessun pensiero da trovare. Camminano per i corridoi schioccando le dita. Più il rumore si fa forte, più si avvicinano alla stanza. Aprono la porta con una violenza da far tremare i vetri. Si siedono sbuffando, rispondono a monosillabi.
Ci sono quei colleghi di stanza che non sono depressi, ma lo diventano perché non ne possono più di vedere il collega schioccare le dita per il corridoio. Si prendono una fissazione. Così uno guarisce e l’altro si ammala.
Antonio Pascale, La manutenzione degli affetti, Einaudi, 2003

la città

La città era una città come tante altre e meno di tutte le altre.
Per esempio, era una città come tutte le città in cui ci sono palazzi, strade per centinaia di migliaia di abitanti. Era una città come tutte le città che hanno grossi uffici per il Comune, molti cinema, uno stadio da trentamila, quarantamila, cinquantamila posti. Aveva, come altre città, l’università e più di una stazione ferroviaria, quella centrale più grande, con almeno quattro, cinque, sei binari. E gli autobus, e un paio di ospedali, e non mancava di centri commerciali e di negozi destinati alla distribuzione di grandi marchi.
Le mancava però qualcosa che tutte le città hanno. Le mancava il nome.
E non bastava il sole estivo, schiantatosi nel mare e lì giacente in attesa di aiuto; non bastavano la posizione sulle cartine o l’accento dentro ai pensieri, i certificati o il nome della squadra di calcio.
Antonio Sofia, Il mare di spalle, Autodafè, 2011

piazze


A San Pietroc’erano un sacco di piccioni che volavano sopra la piazza e mi sono venuti in mente i fedeli che la domenica si trovano questi piccioni sopra la testa, con il rischio altissimo che questi piccioni mentre volano sopra le teste dei fedeli facciano la cacca. Mi è venuta in mente questa immagine di centinaia di piccioni che fanno i loro bisogna proprio sopra le teste dei fedeli e questi fedeli che non si rendono conto di avere la testa piena di cacca di piccione perché sono talmente presi dalle parole del papa che non si accorgono di nulla e se ne accorgono solo quando arrivano a casa quando qualcuno chiede loro, Ma come mai hai tutta quello schifo in testa? Non eri andato in piazza San Pietro a vedere il papa? E questi fedeli si mettono la mano in testa e si sporcano la mano di merda di piccione e non capiscono da dove questa arrivi.