e si avvicina

Questo fatto che si avvicina il natale e che mandano le mail con gli auguri e poi ti chiedono che cosa farai per natale e poi ti chiedono cosa farai dopo natale e poi arriva il capodanno, e allora ti chiedono, cosa fai e dove vai per capodanno? E senza aspettare la risposta ti raccontano cosa faranno e dove andranno per capodanno. Di tutto questo fatto finora per fortuna non me ne sono tanto accorto, solo un poco.

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storia di un tale che andando di corpo aveva imparato la lingua degli uccelli

Un venditore ambulante spinto dal bisogno di andare di corpo, s’infrattò in un campo e lì rilasciò il suo peso superfluo. Poi strappata una manciata di erbetta, cominciò a pulirsi il di dietro, come in fa in genere in questi casi; e proprio così facendo si accorse di capire quel che gli uccelli stavano dicendo tra di loro. Uno raccontava che nella piana di Nola c’era un lupo che si mangiava un asino; un altro che vicino a una porta di Napoli, prendendo per via Capuana, era caduto un mucchio di frumento da un sacco; un altro ancora sosteneva a gran voce che subito dentro la porta occidentale (la porta dell’Orso) andando a destra per cinque piedi, c’era sotto terra una pentola piena di monete, seppellite dal famoso troiano Arpaghino, antichissimo re di Napoli.

Il venditore ambulante rimase senza fiato a sentire questi discorsi, buttò via l’erba e in quello stesso momento gli uccelli ripresero a parlare nel loro modo incomprensibile. Pensò allora che in quelle erbe ci fosse una segreta virtù, e cercò di ritrovarle, senza riuscirci; così tutto mesto se ne tornò a casa. Dove gli tornarono in mente i discorsi che avevan fatto gli uccelli, in particolare quello della pentola con il tesoro; allora andò dove aveva detto e trovò davvero la pentola con le monete. La portò via di nascosto e diventò così ricco che ancora oggi duchi e conti suoi discendenti vivono a Napoli in prosperità, anzi sono ancora strapieni di soldi.

La novella significa che può accadere per un attimo quel che non accade in tutto un anno, e inoltre che nelle erbe ci sono enormi virtù.

AA.VV, Novelle stralunate dopo Boccaccio, Quodlibet, 2012

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E’ giunto il momento delle testimonianze

E’ giunto il momento delle testimonianze, dopo la predica vengono le testimonianze.

“Quanti di voi sono disposti ad alzarsi e dire ciò che Dio ha fatto per loro?”, urla il vagabondo della missione.

Ora, questi vagabondi si sono rifugiati qui perché non hanno un altro posto dove ripararsi dal freddo, e questo bastardo gli chiede di alzarsi in piedi e dire cos’ha fatto Dio per loro. Posso dirglielo io cos’ha fatto Dio per loro: non ha fatto un cavolo di niente, per loro. Ma non lo dico: c’è un bel calduccio qui e fuori fa freddo.

Si alza un altro vagabondo della missione: puoi star certo che c’è sempre qualche vagabondo della missione che s’alza per dire cos’ha fatto Dio per lui, “Mi sono drogato per vent’anni…”

Tom Kromer, Un pasto caldo e un buco per la notte, Quodlibet, 2014

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Far niente

Abbiamo a disposizione molti modi di far niente. A dispetto del luogo comune “dolce far niente”, si tratta di un obiettivo non sempre facile da raggiungere. Perchè il far niente raggiunga un livello efficiente e professionale occorre anzitutto una coscienza vigile. […] Il far niente non c’entra con la pigrizia. Il vero far niente deve essere realizzato da una persona normalmente attiva con un notevole impiego di energie mentali. Bighellonare per la strada, stare seduti al caffè o su un sedile qualsiasi (panchina seggiola poltrona divano) a fumare una sigaretta, sono modi imperfetti di far niente perché in realtà il soggetto bighellona, sta seduto al caffè o fuma una sigaretta (pipa o sigaro fa lo stesso), che sono azioni imperfette alle quali corrisponde un far niente imperfetto.[…] La parte più difficile e ambiziosa è quella di fermare i pensieri, far niente significa anche non pensare. Questo può risultare facile alle persone che usano il pensiero solo in rare occasioni e per il resto lo tengono al riposo.[…]

A chi pretende di sollevare un problema etico a proposito del far niente rispondo che veramente immorale e socialmente dannoso è piuttosto fare molto e male.

Luigi Malerba, Consigli inutili, Quodlibet, 2014

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La sete

In quanto alla sete, non è altro che il seguito di quella di ieri. La sete è una voglia che ci vuol parecchio a cavarsela di dosso. Io conoscevo un falegname che s’ubriacò il trentun dicembre dell’anno 1910, e che la mattina del primo gennaio aveva ancora una sete così tormentosa che si comprò un’aringa e si rimise a bere da capo, e fece così ogni giorno per la durata di quattr’anni di fila, e non c’era rimedio che gli giovasse perché ogni sabato si comprava le aringhe per tutta la settimana. Pareva proprio una giostra, come diceva un sottuficiale anziano del novantunesimo reggimento di fanteria.

Jaroslav Hasel, Il buon soldato Sc’veik, Feltrinelli, 2013

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Dio

Adesso si parla di Dio.
Per due anni o più lei e gli altri bambini avevano desiderato conoscere Dio, sapere cosa pensa e dove si trova; e se è lui che governa il mondo per davvero.
E ora erano arrivati due libri su Dio, le storie della Bibbia e il Catechismo, insieme al maestro che si poteva ragionevolmente pensare conoscesse tutte le caratteristiche principali di quell’essere che sta sopra tutti gli altri.
Tutti loro trovarono estremamente interessante sentire come aveva creato il mondo senza però riuscire ad ottenere alcuna risposta al perché aveva dovuto farlo. Invece avevano difficoltà a capire il peccato, com’era entrato nel mondo, perché per loro era un mistero assoluto il motivo per cui la donna avesse avuto questo desiderio irrefrenabile di una mela, in verità non avevano idea delle capacità seduttive di una mela e pensavano fosse una specie di patata. Eppure risultava loro ancora più difficile capire il diluvio universale provocato da quaranta giorni e quaranta notti di pioggia ininterrotta. Perché c’erano anni lì nella brughiera in cui poteva piovere anche per duecento giorni e duecento notti, quasi senza schiarite; eppure non arrivava nessun diluvio universale.

Halldor Laxness, Gente indipendente, Iperborea, 2004

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Note brevi per non annoiare il lettore.

Sono partito come al solito con le più buone intenzioni – la volontà era vedere annusare passare del tempo leggere camminare mangiare sentire – provare a capire. Ho fatto quasi tutto.

Non ho capito però se l’Islanda è l’anticamera dell’inferno oppure un paradiso capitato a una latitudine sbagliata. Non mi è chiaro se è l’Isola di Thule, se è una sorta di Utopia al contrario dove la natura ha da sempre il sopravvento e, magnanima, ha lasciato qualche piccolo spazio agli uomini e molti alle pecore, qualcosa anche ai cavalli.

 Uno spazio dove le regole sono dettate dall’ambiente fisico, dove la cultura, espressione di base di ogni comunità, si è saputa adattare bene, sebbene forse per un periodo limitato. Da come parlano di eruzioni vulcaniche e terremoti sembrano aver accettato con serenità la sfida e aver riconosciuto chi è il più forte. Si limitano a non provocare, cosa in cui invece noi siamo maestri.

Gli islandesi non  sono  temerari, la tessitura della loro relazione con ciò che li circonda è avvenuta nel corso dei secoli.  Prendono quello che l’isola dà loro, consapevoli che sono di passaggio mentre tutto ciò che li circonda è eterno e li può soverchiare in ogni attimo. Loro, gli islandesi, stanno lì quasi in attesa che qualcosa avvenga, nel frattempo guardano avanti e purtroppo iniziano anche a vendere lattine  con l’aria fresca dei ghiacciai ai turisti che la comprano.

Tutto il resto, tutto quello che si vede ascolta annusa mangia, tutto quello che si legge, le camminate le chiacchierate le sensazioni sono da raccontare ma in certi casi, come questo, meglio lasciar per qualche tempo che i pezzetti di questa piccola storia si depositino. Non appena saranno sul fondo li riprenderò.

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Si aggiunga che la cronaca, nella sua imparzialità, esalta i bricconi e umilia gli onesti, necessariamente. Puttane, avventurieri e geni mancati salgono l’Olimpo, servono da modelli per gli scontenti, che sono la maggioranza. Si finisce per doverli imitare. Chi proprio non ci riesce, tace, soddisfatto di sé; ma resta col sospetto di essere inadatto per questo mondo e – coi tempi che corrono – anche per l’altro mondo.
Ennio Flaiano, La solitudine del satiro, Adelphi, 1996

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Una sera

Lunedì 2 luglio 2014, poco prima dell’ora di cena
Carlo aspettava. Aspettava in mutande che arrivasse l’ora di cena, a casa, da solo. Le finestre chiuse per impedire al caldo di entrare, il computer acceso sopra al tavolo in attesa di qualche mail di qualche notifica di qualche cosa che rendesse viva quella giornata passata in ufficio al PC in attesa di qualche mail di qualche notifica di qualche cosa.
La tv spenta ma la radio, quella no. Il GR delle 19.30 era iniziato da poco. La voce del giornalista, in chiusura, dopo le notizie sportive annunciava: Poco fa, dopo una lunga malattia, è mancato Carlo. Tutta la redazione esprime vicinanza alla famiglia, e in particolare alla sua amata compagna, Giulia.

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Lunedì 2 luglio 2014, poco prima dell’ora di cena
Giulia era appena rientrata dal lavoro. Era passata al mercato coperto: zucchine, melanzane, peperoni, uova, nutella e un deodorante. Si era scordata il pane. Appena arrivata a casa ha sistemato la spesa, si è cambiata quel brutto vestito blu, si è fatta la doccia, ha acceso la radio.
Al GR delle 19.30 dopo le notizie sportive ha sentito: poco fa, dopo una lunga malattia, è mancato Carlo. Tutta la redazione esprime vicinanza alla famiglia, e in particolare alla sua amata compagna, Giulia.

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Lunedì 2 luglio 2014, all’ora di cena
Il giornalista, Franco Mosca, del GR2 pubblica su Facebook il podcast del GR delle 19.30, aggiunge una foto di qualche anno prima, scattata al Quadraro da sua moglie, presenti Carlo Giulia Franco Mosca e il cane Penni. Carlo commenta: non sono morto, Giulia mette mi piace.

Da molti

Da molti esperti era considerato anche lui un autorevole esperto in qualcosa. Ma aveva spesso desiderato che qualcuno lo retribuisse, non per le formule specialistiche che insegnava agli altri, bensì per il lavoro oscuro e pratico con cui aveva contribuito a tenere in piedi il lungo imbroglio della sua scienza, orientandosi tra fatti che non erano fatti, prove che non erano prove, spiegazioni che spiegavano soltanto se stesse, e facendo quadrare tutto alla fine solo grazie alla precisione dei termini usati. Quando era nell’altro continente aveva spesso desiderato lo applaudissero per questo, e di potersi inchinare al pubblico come un prestigiatore che ha manipolato le apparenze in modo favoloso, sorridendo tra sé per il proprio imbroglio di bravo scienziato.

Gianni Celati, Narratori delle pianure, Feltrinelli, 1985

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