attenti al cane

“Certo è deplorevole
che gente che vive di sussidi
tenga poi un cane”,
ha dichiarato un responsabile
della Previdenza Sociale
nel Varmald

La legge ha i suoi difetti.
I poveri han diritto di tenere un cane.
Potrebbero tenere dei topi, invece:
van bene anche loro e sono esentasse.

Se ne stanno in aguste stanzette
coi loro costosi bastardi.
Perché non giocano con le mosche?
Non sono animali da compagnia?

E al Comune tocca pagare.
Bisogna farla finita
o c’è da temere
che si comprino delle balene.

Una decisione va presa:
abbattere i cani! Non è una buona idea?
Il prossimo provvedimento: abbattere i poveri.
Così il Comune risparmierà qualcosa.

Stig Dagerman, Il nostro bisogno di consolazione, Iperborea, 2013

dag

comunque

Comunque, quello che mi ha quasi spaventato è che ho visto Lenny leggere un libro (no, non PUZZAVA. Ci spruzza sopra il Pine-Sol). E non voglio dire che scannerizzava un testo come facevamo alle lezioni di Euroclassici con la Certosa di Lady Chatterley, voglio dire LEGGERE sul serio. Aveva questo righello e lo muoveva lentamente sulla pagina e tipo mormorava delle cosette fra sé e sé come se cercasse di capire tutto ma proprio tutto. Io stavo per messaggiare mia sorella ma ero così in imbarazzo che sono rimasta a guardarlo leggere per tipo MEZZ’ORA e finalmente ha chiuso il libro e io ho finto che non fosse successo niente.

Gary Shteyngart, Storia d’amore vera e super triste, Guanda, 2011

li

illusioni

“Non vi pare, colleghi, che manchi qualcosa, in questi nostri testi? Che manchi qualcuno?”

“Cioè?”

“Voglio dire: dove sono gli alunni? Non dovremmo metterceli, in qualche modo? Inserirli nelle nostre riscritture, dato che, dopotutto, sono pur loro i destinatari di quello che andiamo scrivendo…”

“Uhei, Toboso, sarai mica uno di quegli illusi che pensano che la scuola sia fatta per gli studenti?”

[…]

“Scusami se t’interrompo, Sacer, ma Toboso ha ragione: non si parla sempre di centralità dello studente in tutti i manuali di didattica, ai corsi di aggiornamento, nelle conferenze degli esperti…?”

“E tu ci credi? Non l’hai ancora capito che si dice centralità dello studente ma in realtà si deve intendere centralità del consulente didattico e/o centralità dell’esperto sociopsicopedometodologo…E, soprattutto, centralità delle loro ben remumerate chiacchiere senza fondamento se non in se stesse, autoreferenzialità pura, altro che centralità dello studente! Quelli, i cosiddetti esperti, se vedono uno studente vero, vivo, in carne e ossa, che magari gli risponde, e li manda a cagare, come meritano, si spaventano e, per l’appunto, se la fanno sotto; quelli fanno solo simulazioni con manichini…”

Alessandro Banda, Scusi, prof, ho sbagliato romanzo, Guanda, 2006

ba

comuni luoghi, superati a destra

Io non sono mica razzista però…, io non sono razzista, non credo alle teorie sulla razza, la scienza c’ha dimostrato che siamo tutti uguali, più o meno tutti uguali, insomma non abbiamo grosse differenze genetiche, certo noi siamo diversi dalle donne, siamo diversi dagli altri popoli, ma non siamo poi così diversi. L’ho letto su Focus, sono certo di quello che dico, non sono storie, non ci sono razze inferiori o superiori. Io non sono razzista però tutti ’sti negri in giro mi fanno un certo effetto, ma non perchè io sia razzista ma perchè non sono abituato. Io non sono razzista però non potrei farmi comandare dalle donne, sono io che porto i pantaloni in casa, le donne devono pensare ad altro, devono pensare alla cucina, ai figli, non sono inferiori, sono semplicemente diverse. Non sono razzista, vedo semplicemente le differenze, cioè questi negri per esempio, loro non possono capire la nostra mentalità, la nostra cultura, il nostro modo di comportarci. Però se vengono qui devono adattarsi, devono seguire le nostre le nostre regole. E le nostre regole sono regole buone, sono regole sane, noi veniamo da una grande civiltà, i nostri popoli si sono distinti nella storia. E ancora oggi, noi siamo all’avanguardia, noi siamo una potenza industriale, qui tutti hanno una possibilità, se rispetti le regole qui la gente ti rispetta e ti dà una mano. Certo, bisogna lavorare, bisogna darsi da fare, la mia impresa aveva pochi operai, adesso ho trenta operai e ho anche cinque extracomunitari. Ma sono bravi loro, me li ha presentati un ragazzo che conosco, mi ha detto che erano bravi, ce ne sono quattro, tre africani e un kossovaro. Avevo un po’ paura dei kosovari, con tutte le cose che si sentono, ma lui non è come gli altri, lui è bravo. Viene anche il sabato se c’è bisogno e a volte anche la domenica se glielo chiedo. Anche gli africani sono bravi, bravi lavoratori, non hanno mai detto niente, non mi hanno mai creato problemi. Invece prima avevo due albanesi, uno era bravo, ma l’altro era veramente un delinquente, non ci si poteva fidare. Mi avevano detto che gli albanesi creavano problemi ma io ho provato lo stesso, dovevo ascoltare quello che mi dicevano sugli albanesi, e poi anche tutte ’ste cose che si leggono sui giornali. Una volta questo delinquente è caduto e si è fatto male e voleva andare in ospedale, ma non c’era bisogno di andare all’ospedale, bastava una fasciatura fatta qui ma niente, lui ha voluto andare in ospedale lo stesso, però sono riuscito a convincerlo a non dire che lavorara qui perchè lavorava in nero, come facevo ad assumerlo in regola, non aveva i documenti e quindi pur di dargli il lavoro l’ho preso in nero, ma per fargli un piacere, per poterlo aiutare. L’Italia non è un paese razzista, non si può dire che l’Italia sia un paese razzista, qui ci sono persone che sono pronte ad aiutare gli altri, però vogliono che gli altri rispettino le regole. Se tutti rispettassero le regole non ci sarebbero problemi. Ma vale anche per gli italiani, anche noi dobbiamo rispettare le regole, ma noi ci siamo abituati, gli extracomunitati a volte non sono abituati alle nostre regole e allora gliele dobbiamo insegnare. Non sono razzista, sono andato anche Cuba, e c’erano tutte quelle negre, non mi davano fastidio tutte quelle negrette, anzi mi piacevano quelle lì. Non sono razzista, però ormai è pericoloso andare in giro per le strade di notte, e con tutte queste rapine in villa c’è da stare attenti. Dovrebbe essere lo stato a difenderci con tutte le tasse che paghiamo, ma se lo stato non si occupa di me devo occuparmi di me da solo, devo pur diferndermi se qualcuno mi attacca. Non posso aspettare di essere ammazzato, devo imparare a difendermi. Non dico che col fascismo si stava meglio, ma col fascismo si tenevano le case con le porte aperte. Mia mamma mi raccontava che durante il fascismo non c’erano problemi, non c’erano pericoli. Mio papà ha visto il primo negro in città, qui in paese non arrivavano nemmeno. Ma non sono loro il vero problema, il vero problema è chi li fa venire qui, il vero problema è che qui non c’è spazio per tutti, certo c’è spazio per quelli che lavorano e non combinano casini, ma se non hanno una casa e un lavoro non possono rimanere, se non hanno una casa e un lavoro si mettono nei casini, è inevitabile. Una volta qui c’erano i terroni che creavano problemi, però ora si sono adattati, ora anche loro stanno bene, e anche a noi non ci danno problemi, non ci danno fastidio. Hanno anche aperto bar e pizzerie, lavorano, hanno una casa normale, si sono integrati. Invece questi negri, questi albanesi sono ancora qui da poco tempo, devono avere il tempo di capire il nostro modo di pensare, e poi non ci sarà nessun problema nemmeno con loro. Certo ci sono popoli che hanno più facilità ad adattarsi, altri sono un po’ più difficili, più duri. Guarda per esempio gli zingari, loro sono fatti così, sono sudici, non hanno voglia di lavorare, sfruttano i loro bambini ai semafori, rubano, sono fatti così ma non è colpa loro, li hanno abituati così e noi non ci possiamo fare nulla. Ma anche gli italiani ha volte sono fatti un po così. I toscani per esempio chiacchierano un po’ troppo, i napoletani non hanno tanta voglia di lavorare, aspettano sempre che accada qualcosa e che qualcuno gli aiuti. I siciliani sono un po’ troppo mafiosi, è nella loro mentalità, è dalla notte dei tempi che la mafia governa la Sicilia, non ci possiamo fare più niente ormai, i siciliani sono così, ce l’hanno nel sangue quel modo di pensare. I sardi sono chiusi, non vogliono avere a che fare con nessuno, non vogliono che i turisti vadano nella loro terra, non si sentono italiani, parlano una lingua diversa, sono abituati a stare con le pecore, sono rimasti indietro loro, mica come noi che ci siamo sviluppati, mica come noi che ci siamo emancipati, con il lavoro duro, con il sacrificio, con la forza delle idee e della volontà,. In realtà, ora che ci penso, anche in Veneto abbiamo le nostre gatte da pelare. Pensa ai montanari, o ai vicentini, oppure ai chioggiotti, non ci si può proprio fidare dei chioggiotti. Ma io non sono prioprio razzista, io non ce l’ho con i rumeni, la signora che sta con mia mamma, la badante insomma, è rumena. È una brava signora, non dice mai nulla, si occupa di mia mamma e non ci chiede mai nulla, mai una parola fuori posto, mai una richiesta, mai un aumento, mai un giorno libero, ma qualche ora di libertà, lei sì è una brava donna rumena. I maschi sono un problema, soprattutto questi zingari che vengono qui e non hanno voglia di lavorare, non hanno voglia di fare niente, vogliono solo diritti e niente doveri, poi vivono in quelle baracche sporchissime, senza bagni, senza doccie, come si fa a vivere in quelle condizioni lì? È vita quella lì, che vengono a fare qui se devono viveve in quel modo lì? Però in Romania è diverso, neanche lì vogliono gli zingari infatti li mandano via, andate in Italia gli dicono, andate in qualche altro Paese, qui non c’è posto per voi, qui non ci potete stare. Quelli che rimangono lì, i rumeni veri insomma, non gli zingari, sono brave persone invece, sono lavoratori. Un mio amico ha aperto una fabbrichetta da quelle parti, si trova benissimo, grandi lavoratori i rumeni, lavorano anche dodici, quattordici ore al giorno, non si lamentano mai. Il sindacato non c’è o se c’è basta allungare due soldi e stanno tutti zitti. Quello è un bel paese per lavorare, dovremmo andare tutti lì con le nostre fabbriche. Noi imprenditori dovemmo trasferirci tutti in Romania, perchè quando i rumeni vengono qui poi cambiano mentalità a volte, a volte chiedono di lavorare meno, chiedono aumenti di stipendio, rompono i coglioni con tutte quelle storie sulla sicurezza sul lavoro, tutte storie che gli mettono in testa i sindacati nostri, dovrebbero sparire i nostri sindacati, sono una palla al piede per il paese, non c’è crescita se ci sono i sindacati di mezzo. Per esempio io mi arrangio con i miei operai, non ho bisogno di parlare con i sindacati, ci penso io a fare in contratti e nessuno a mai avuto niente da ridire, anche perchè se gli va bene così non ci sono problemi, nel caso contrario possono anche andarsene. Con tutti sti extracomunitari che ci sono ci metto un secondo a trovare gente che a voglia di lavorare e di stare zitta. Non sono razzista però questa immigrazione ci ha portato un sacco di problemi, mica come quando emigravamo noi che avevamo già un contratto di lavoro in mano, mica come quando emigravamo noi che ci facevano le visite mediche prima di partire, mica come quando emigravamo noi che portavamo ricchezza e benessere nei posti dove andavamo. Ma noi siamo fatti così, a noi ci piace lavorare, a noi non fa paura fare fatica, noi non chiediamo mai niente, siamo corretti noi. Noi non siamo un popolo razzista, solo che ci piace che le regole siano rispettate, che la nostra cultura sia difesa e valorizzata. Io non sono personalmente razzista ma se tutte le donne dell’est sono puttane cosa ci posso fare?, non è colpa mia se tutte le puttane che ci sono sulle nostre strade sono dell’est, è un dato di fatto. E le puttane ci sono dalle notte dei tempi, ci sono sempre state le puttane, è il mestiere più antico del mondo, è un mestiere che serve, è un mestiere utile. Non sono per niente razzista, non lo voglio essere, dico le cose come sono, e come sono le cose? Come stanno veramente le cose? to

quello che fa

Pare faccia molto caldo. Ho saputo che l’hanno detto al Tg. Non ho guardato il Tg e mi dispiace non aver visto i servizi sul caldo che di certo saranno stati molto interessanti e mi avrebbero convinto che fa molto caldo.

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ancora una volta

Ancora una volta, mi si invita a parlare di Roma. E’ un argomento che mi fa del male. Roma è per me un pozzo senza fondo di ricordi. Ricordi anche belli, certo: bellissimi e dolcissimi. Ma non c’è dubbio che il senso, o piuttosto il gusto finale di tutti questi ricordi, belli, men belli e brutti, sia amaro, sia disperato. Vorrei trovare una parola che da sola significasse: umiliazione, frustrazione, rimorso, rimpianto, rancore…Chissà, la parola più vicina al complesso ancora ansioso e sempre doloroso di tutto quanto provo per Roma è forse questa: fallimento.
Mario Soldati, Contro Roma, Bompiani, 1975

co

tu

Tu, Tiranno, in grazia della tua mera esistenza, dei connotati del tuo essere hai creato la suprema qualità umana: la dissimulazione. Davanti a te, Maestà, ogni suddito diventa una catacomba, un cunicolo, un anfratto; dove tu cammini, Sovrano, si leva, grazie al mio ingegno, uno spazio di sontuose menzogne; tu procedi tra finti palazzi, facciate di aria luminose, balconi tenuti perigliosamente in piedi dalle tue, dalle nostre vittime. Voci, cori, recitativi coprono un mondo di sussurri, mormorate orazioni, sommesse affermazioni, o piuttosto dinieghi di dinieghi, che sono ingegnosi quanto perigliosi strumenti di quella affermazione che tu, Monarca, consenti.

Giorgio Manganelli, Encomio del tiranno, Adelphi, 1990

en

tutto

Tutto ciò che abbiamo ci viene da loro e per questo li odiamo. Noi veniamo dal nulla, come si suol dire, e loro sono capaci di fare di noi un genio, e noi non possiamo perdonarli di aver fatto di noi un genio come se avessero fatto di noi un grande criminale, pensavo nella bergère. Tutto ciò che abbiamo ci viene da loro e per questo li puniamo per tutta la vita con il nostro disprezzo e il nostro odio. Tutto ciò che abbiamo lo dobbiamo a loro e non possiamo mai perdonarli di dover loro ogni cosa, pensavo. Crediamo di avere dei diritti e invece di diritti non ne abbiamo affatto, pensavo. Non esiste nessuno che abbia il ben che minimo diritto, pensavo. Il mondo, e tutto è l’ingiustizia in sé, pensavo.

Thomas Bernhard, A colpi d’ascia, Adelphi, 1990

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questo mingazzini

Questo Mingazzini era un tipo che gli era sempre stato sulle scatole, a dire il vero. Davanti era pieno di salamelecchi e di premure, ma dietro si comportava tutto all’incontrario. Quando Cicala arrivava in ritardo oppure sgattaiolava fuori in anticipo pensando di non essere visto, il mattino dopo gli facevano pervenire un richiamo dove lo avvertivano che alla prossima negligenza avrebbero preso dei provvedimenti nei suoi confronti. E sempre per colpa di Mingazzini che andava a far la spia.

Era anche andato a dire che beveva dei grappini, Cicala. E che dopo averli bevuti diceva delle frasi contro la piccola industria. Ma questa era una cosa ormai nota a tutti, perchè alle volte Cicala era capace di saltar su in mezzo all’ufficio a dire che quando sentiva pronunciare la parola azienda, gli veniva da sputare per terra. Difatti non era mai andato neppure una volta a cena coi suoi colleghi, perchè pronunciavano sempre questa parola e parlavano solo di lavoro.

Daniele Benati, Silenzio in Emilia, Quodlibet, 2009

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era difficile

Era difficile immaginare due esseri meno preparati a una sfida del genere. A loro provvedeva – da sempre – la società, che in compenso gli aveva vietato di pensare con la propria testa, di prendere iniziative, di allontanarsi dalla routine; pena, in caso di disobbedienza, la morte. E adesso, sottratti alle amorevoli cure di uomini con la penna dietro le orecchie, o i fregi dorati sulla maniche, erano come quei condannati a lunghe pene detentive che quando riacquistano la libertà non sanno cosa farsene. Essendo entrambi, per mancanza di abitudine, incapaci di pensiero autonomo, non sapevano come usare le proprie facoltà.

Joseph Conrad, Un avamposto del progresso, Adelphi, 2014

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